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Francesca Linnea Ugolini

Buonasera cari e fedeli lettori,

oggi continuo a presentarvi i nostri protagonisti, utilizzando le loro parole e le mie, e anche questa volta comincio da Francesca.


L'obiettivo è quello di mostrare la parte sperimentale dello spettacolo di danza contemporanea #Fardemoi, che approfondisce il tema dell’identità e delle maschere nella società di oggi, mettendo in scena alcuni aspetti del carattere di ognuno dei protagonisti della produzione.


Durante questa prima settimana di scrittura coreografica è stato molto importante l’ascolto di gruppo e già le individualità e le personalità sono cominciate ad emergere.


Ognuno dei nostri artisti, come tutti noi in realtà, nella vita recita molteplici parti e mostra solo in superficie le sue maschere. Queste hanno colori, smorfie, parvenze differenti, si atteggiano e recitano in maniere sempre diverse.

Incredibilmente mutiamo ogni secondo della nostra esistenza.

Quello che però rimane nel profondo sono le paure, le angosce, i giudizi degli altri ma soprattutto il peso e l’attenzione di dover apparire ad ogni occorrenza.


Trovo che Francesca possa essere accostata a due celebri personaggi pirandelliani: Vitangelo Moscarda, il protagonista del romanzo “Uno, nessuno e centomila” e Michele Crispucci, della novella “L’abito nuovo”, in quanto entrambi rappresentano la lotta tra l’io unico e puro dell’uomo e le molteplici identità che questi assume nella società e nel rapporto con gli altri.


Moscarda comincia il suo percorso alla ricerca di se stesso, del suo io profondo, quando si vede riflesso in uno specchio attraverso gli occhi della moglie. Accorgendosi improvvisamente di un’immagine diversa rispetto a quella a cui era abituato, comincia per lui un percorso introspettivo fatto di sorprese ed in certi casi al limite dello sdegno (arriva addirittura ad affermare di essere Nessuno).


Crispucci, da silenzioso e accondiscendente, intraprenderà anch'egli la via della trasformazione, arrivando addirittura a rinunciare alla sua vita pur di non vivere in un mondo ricco e borghese privo dei valori per i quali aveva lottato.


Prima che avvenga una metamorfosi bisogna perciò partire da una definizione di sé che contenga al suo interno sia l'immagine che ognuno ha di se stesso ma anche la consapevolezza di come gli altri la percepiscono.


Ho chiesto a Francesca di partire dalla definizione che ha di se stessa, elencandomi i suoi pregi ed i suoi difetti.


Pregi: altruista, empatica, dotata di forza interiore

Difetti: fredda, insicura, superficiale.


La maschera che indossa è quella della calma e dell’ottimismo. È come se tutto le scivolasse addosso inesorabilmente ma in realtà questo nasconde la sua paura di confrontarsi con il lato più profondo di se stessa. Si osserva soltanto da uno specchio deformato, da quello che pensano gli altri ed è questo che le provoca insicurezza.


Non mi conoscevo affatto, non avevo per me alcuna realtà mia propria, ero in uno stato come di illusione continua, quasi fluido, malleabile; mi conoscevano gli altri, ciascuno a suo modo, secondo la realtà che m’avevano data; cioè vedevano in me ciascuno un Moscarda che non ero io non essendo io propriamente nessuno per me: tanti Moscarda quanti essi erano. (L. Pirandello, Uno, nessuno e centomila, 1926 Torino, Einaudi)

Riservata, tranquilla, sensibile, con due occhi grandi e bruni che scrutano quasi a voler dir qualcosa, quegli occhi profondi che pur volendo parlare non lasciano spazio alle parole.

La voce interiore, quella che lotta con la ragione per farsi sentire, quella che rappresenta la vera bellezza di una persona, molte volte rimane intrappolata all’interno di un corpo tanto fragile. Molte volte non ci si esprime solo per la paura di dire qualcosa di sbagliato, di essere mal giudicati, con il rischio di sprofondare in un abisso di silenzio.

A questo punto Crispucci alzò una mano. Segno che voleva parlare. Le rarissime volte che gli avveniva, ne dava l’avviso così. E questo segno della mano era accompagnato da un’altra increspatura della faccia ch’esprimeva lo stento e la pena di tirar su la voce da quell’abisso di silenzio in cui la sua anima era da tanto tempo sprofondata. (L. Pirandello, L'abito nuovo in Novelle per un anno, 1971 Milano, Mondadori)